Se cerco la parola “capitano” su Wikipedia trovo: “Giocatore con funzioni di rappresentante di una squadra sportiva”.  Essere “il capitano” in una squadra di ginnastica ritmica, però, non significa avere un ruolo tecnico ben definito. Non ci sono mansioni prestabilite che possano fungere da manuale per chi si accinge a ricoprire tale ruolo. È per questo che chi si ritrova in mano questo incarico, ha carta bianca su come interpretare al meglio la figura di riferimento, per le proprie compagne e non solo. E avere carta bianca non va sempre bene; essere scoperti da norme può spaventare.

Le regole possono essere viste come restrizioni certo, ma proteggono e tutelano da possibili errori. Salvaguardano da critiche, possono far andare a letto tranquilli anziché lasciarti nel  dubbio: “Potrei fare ancora qualcosa forse?”

Quando sono arrivata per la prima volta nella Squadra Nazionale di ginnastica ritmica avevo solo 16 anni e sapevo bene che il Capitano era da molti anni Elisa Santoni. Se ci penso, quelle ragazze erano più giovani di me adesso, eppure mi sembravano grandissime, imponenti, in confronto a me, che mi sentivo piccola ed insignificante.
Elisa era appunto il capitano, ed aveva un grande carisma: guidava la squadra durante l’esercizio ed io ho subito pensato che fosse una cosa bellissima e che mi sarebbe piaciuto tanto essere nei suoi panni, un giorno. Negli anni a seguire quel giorno è apparso sempre più lontano, irraggiungibile, ma io osservavo e imparavo, mi segnavo tutto… Rimanendo in attesa. Dopo l’Olimpiade di Londra quello che era stato il mio punto di riferimento fino a quel momento – Elisa Santoni, il mio capitano – decise di lasciare l’attività agonistica. In quel momento, nella mia vita, ci fu un momento unico, bello, particolare. Un momento nel quale il punto di riferimento diventai io.

Non era scontato per me andare a ricoprire questo ruolo, ma pensavo di potercela fare, certo. Niente di simile a presunzione però, anzi! Mi sono messa sempre tanto, a volte troppo, in discussione, e da quel momento ancora di più. Credo, però, sia fondamentale essere consapevoli delle proprie capacità, della propria indole, altrimenti come avrei potuto infondere sicurezza negli altri se fossi stata io la prima a non averne?

Il giorno in cui Emanuela parlò al gruppo lo ricordo come se fosse ora. Disse che avrebbe scelto lei chi sarebbe stato il capitano della squadra. Non perché fossi la più grande, semplicemente perché ero “Marta”.

Ecco per me tutto ciò è impagabile, una persona che in un momento così intenso della mia vita è riuscita a darmi la sua fiducia… È stata una fra le forze che mi hanno permesso di reagire a tutti gli ostacoli che la vita mi ha messo davanti in quei quattro anni da capitano: duri, intensi, faticosi e belli al tempo stesso.

Comunque, mi sentivo una responsabilità sulle spalle non indifferente; ero eccitata e preoccupata. Volevo fare del mio meglio, e per farlo ho unito ciò che avevo imparato da Elisa con quello che volevo e potevo portare io, con la mia personalità e il mio carattere. E questo non perché pensassi di essere migliore, niente affatto! Ma perché sono fermamente convinta che la vita di un individuo si muove in avanti, così come lo scorrere del tempo, e rimanere sul posto, senza cambiare, è sbagliato. Motivo per il quale auguro ad Alessia (Maurelli, neo capitano della squadra nazionale ndr) di far tesoro delle esperienze vissute negli anni insieme per essere un leader ancora più capace e pronto di come lo fossi io all’inizio del percorso. Che senso ha non portare un cambiamento se ne abbiamo la possibilità? Che senso ha non provare a rendere un qualcosa migliore? Ma soprattutto: che senso ha non sperare con tutto il cuore che chi viene dopo di te sia migliore di te, o comunque che impari dai tuoi stessi errori (o faccia tesoro dei tuoi insegnamenti) contribuendo a migliorare ulteriormente ciò che ci circonda?

Nel mio percorso personale ho avuto soddisfazioni enormi, ma ho fatto anche degli errori, e non c’è cosa più bella nel guardare indietro, ringraziando te stessa per averli compiuti, perché mi hanno dato degli insegnamenti fondamentali per la mia vita. Anche al di fuori della palestra.

Gestire un gruppo di persone completamente diverse fra loro non è una passeggiata. Essere il collante fra caratteri ed età diverse tantomeno. Volevo che le ragazze si fidassero di me sia dentro sia fuori dalla pedana, ma soprattutto volevo che tutte fossero concentrate su quello che era l’obiettivo, tralasciando le incomprensioni personali e mettendo da parte i propri istinti qualora potessero essere dannosi per il lavoro del gruppo.

Lo ammetto: talvolta ho avuto la presunzione di avere sempre tutto e tutti sotto controllo.

Non doveva sfuggirmi nulla, nel bene e nel male, qualsiasi problema avessero le mie compagne dovevo saperlo e soprattutto lo dovevo risolvere. Perché? Perché mi sentivo la responsabilità di tutto, anche se realmente non ce l’avevo. Un capitano non deve “salvare” le persone dalle loro problematiche esistenziali, deve ascoltarle e sostenerle, ed è diverso, molto diverso! Come potevo pensare che le mie compagne imparassero a volare se me le fossi caricata sulle spalle?

Se dare ordini rimanendo seduti sul carro è sbagliato, perché si tratta di tirannia, anziché di guida, allo stesso modo è sbagliato trascinare il carro da soli. Non è da eroi, non è da persona disponibile o troppo buona: è da sciocchi.

Quando si lavora in gruppo, in situazioni di grande stress come accade nel nostro sport, è normale – e umano – diventare insofferenti riguardo ai difetti degli altri. Si creano a volte situazioni di tensione per semplici gesti; per una parola in più o in meno. Anche senza arrivare a discutere ci possono essere momenti in cui le frequenze che collegano gli elementi di una squadra siano disturbate o intermittenti. In questi casi ritenevo la mia figura fondamentale nel ricollegare i fili staccati, vuoi utilizzando una battuta, con un sorriso… Raccontando qualcosa, o parlando del famoso obiettivo, che come per magia poteva nuovamente unire tutti in un batter d’occhio.

Mi sono sempre sentita al pari di tutte le mie compagne, è la verità. Io avevo determinate capacità, ma le mie compagne ne avevano altrettante che io non possedevo, e questo mi rendeva felice e orgogliosa di avere al mio fianco persone che potessero arricchirmi giorno dopo giorno. Questo secondo me vale per tutti, capitani e non: quando ti trovi a condividere un obiettivo e/o la quotidianità lavorativa con altri, anche la più impensabile delle persone è sicuramente in grado di darti qualcosa, di insegnare e trasmettere anche un singolo dettaglio che ti renderà migliore di prima. Pazzesco quante cose si possono imparare, da tutti! Ed è meraviglioso capirlo ed esserne consapevoli.

Devo un ringraziamento speciale alle mie compagne, per quello che sono state nella mia vita. Ogni singolo anno dell’ultimo quadriennio mi è accaduto qualcosa di estremamente triste a livello personale. Ho sofferto tanto e mi sono sentita più debole.

In quei momenti ho reagito per loro, perché guardandomi negli occhi sapevo che contavano su di me, che avrebbero fatto qualsiasi cosa per alleviare il mio dolore. Mi è capitato di stare così male, di essere così triste da non voler gareggiare nemmeno e, in quei momenti, ho trovato la forza in loro e nelle mie allenatrici.

Io ero il Capitano della squadra, certo, ma anche io avevo bisogno di un mio capitano, e quello per me era lo staff tecnico.

In conclusione posso ritenermi davvero fortunata per aver vissuto questi anni da Capitano. Ci sono state difficoltà certamente, ma il valore morale che questa vita mi ha dato è impagabile, svegliarsi ogni giorno pensando di dover dare il massimo per te stessa e per le tue compagne è un grande impegno, che mi ha resa una persona diversa, certamente più ricca. Ho acquisito valori fondamentali, ho modellato il mio carattere in funzione di ciò che potesse essere meglio per la mia squadra e per farlo non ho messo da parte me stessa, anzi, mi sono fatta un grande dono diventando migliore grazie a ciò che ho vissuto con le mie compagne di squadra.

Cito e condivido con voi una frase del nuovo capitano Alessia Maurelli “Se fai una cosa col cuore arrivi al cuore”. Beh, non c’è stata cosa più bella dei momenti che condividere una passione con le proprie compagne. Insieme, con il cuore.

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A proposito dell'autore

Contributor

Ex atleta olimpica, capitano della Squadra Nazionale Italiana di Ginnastica Ritmica fino al 2016. Membro del gruppo sportivo dell’Aeronautica Militare, con il grado di Aviere Capo. Dal 2017 è giudice nazionale e internazionale di ginnastica ritmica. Attualmente, è in procinto di conseguire la Laurea in Scienze Linguistiche per le Relazioni Internazionali, presso l’Università del Sacro Cuore di Milano. Per GRI cura la rubrica "150 secondi" e la cronaca internazionale.