Un attimo prima di entrare in pedana

Nella vita di uno sportivo non possono mancare rituali e gesti scaramantici, a maggior ragione in quella di una ginnasta. Quotidianamente i riti compaiono come puntini sulle “i” nelle attività che svolgo, spesso senza accorgermene: gesti abituali, piccole sfide, giochi, ecc… Banali o meno che siano, mi strappano un sorriso; mi fanno sentire meno vulnerabile. Mi fanno scoprire quanto posso essere indulgente con me stessa quando, puntualmente, se non faccio canestro con la carta, mi convinco di avere ‘tre possibilità’ . Che poi dico: indulgenza o ottimismo? Anche su questo mi piacerebbe fare una bella analisi. Comunque…

Nel momento in cui siamo chiamati ad affrontare una prova importante, la prima ad andare in deficit è la nostra sicurezza, per questo i rituali diventano sacri e irrinunciabili.

Una volta la mia psicologa mi fece riflettere sui rituali, sulla vera funzione di essi, che non sono magia, bensì un mezzo mentale in grado di aiutarmi nel superamento di una prova. Le gare di ginnastica ritmica sono lunghe, richiedono ore e ore di preparazione “dietro le quinte” prima di scendere in pedana a gareggiare.

Penso che uno spettatore, esterno al nostro mondo, non immagini nemmeno quanta fatica c’è nelle ore antecedenti la prova, né tantomeno mi aspetto che ne comprenda l’esigenza. Fatto sta che nel momento della gara il nostro trucco era sempre su da più di 5 ore. Idem lo chignon. L’esercizio era stato ripetuto più e più volte, un centinaio di swarovski a persona erano ormai sparsi per le pedane di riscaldamento; fasciature fatte e disfatte all’occorrenza anche due/tre volte.

Nel delirio di emozioni che invadevano il mio cervello in tutte quelle ore, non mi dimenticavo mai di registrarle una per una. Le rielaboravo sempre dopo la gara: mi serviva per avere una legenda delle varie opzioni che mi si sarebbero magari ripresentate alla gara successiva. Mi sembrava così di “collezionare” ogni eventualità e di essere sempre più preparata sul tema.

La realtà però, purtroppo o per fortuna, è che notavo come ognuna di queste sensazioni mi provocasse una crescita, o comunque un cambiamento, che inevitabilmente mi portava a una piccola o grande trasformazione personale, e quindi a essere predisposta a provare emozioni differenti di volta in volta.

C’era però un momento speciale, che arrivava puntuale, un momento di riferimento… Il mio momento preferito, perché era condiviso!

Quando scendeva in pedana la squadra prima di noi sapevamo che era ora di metterci in cerchio e di prendere finalmente la mano della compagna. Non potrò mai sapere come le mie compagne vivessero quel momento perché, come è giusto che sia, ognuna di noi dentro lo viveva in maniera diversa. Ecco, questa, secondo me, è una cosa meravigliosa, che mi affascina tantissimo: vivere un momento insieme, facendo la stessa cosa, con lo stesso obiettivo, ma nello stesso tempo pensare e provare cose diverse! È proprio la natura della squadra che è così : ogni componente si deve unire perfettamente con gli altri, ma senza fondersi, perché è proprio l’individualità di un elemento che, plasmata ad hoc per il gruppo, rende l’elemento stesso stelo, pistillo e petalo del fiore nello stesso momento.

Quel momento era per me il rito che segnava la fine di tutte quelle ore di preparazione ma che comunque ne era parte integrante. Non era scontato: anche in quel caso sapevo bene che ognuna doveva sentirsi a proprio agio e viverlo come pensava per riuscire a sfruttarlo al massimo.

La posizione della mano, la successione degli sguardi, ognuna aveva le sue cose, ed era bello rispettarle e vedere come le altre rispettassero le mie. Trovare le parole giuste da dire alla squadra non era facile. Non potevo pensare che ciò che andava bene per me andasse bene anche per loro! Ma non potevo nemmeno prepararmi un discorso prima! Le guardavo, le guardavo e le sentivo, e in base alle sensazioni che mi davano i loro corpi facevo uscire parole di conforto e motivazione, di avvertimento e sicurezza, parole di fiducia ma soprattutto parole POSITIVE.

Qualcuna aggiungeva qualcosa – e la ascoltavo ammirata – altre non parlavano ma comunicavano lo stesso, eccome, era bello ascoltarle in maniera diversa.

Era il momento in cui diventavamo invincibili, pronte, sicure… Prima e dopo il cerchio arrivavano anche le sue parole. Di Emanuela, intendo.

Le ascoltavo sempre attentamente mi ricordo: pensavo che potessero contenere la chiave di tutto, cercavo quella nozione in più per essere invincibile. Ero convinta che, se le avessi ascoltate bene, ce l’avrei fatta di sicuro! Stava lì, vicino a noi, si eclissava leggermente durante il cerchio, per lasciarci il nostro spazio ma continuava a vegliare su di noi. Così minuta! Eppure la sentivo sempre tutto intorno, assolutamente in grado di proteggerci tutte e sei!

Gli ultimi sguardi alla Vale (che indossava fedele il mio anellino), a Giorgj/Klara e Nico, anche loro emozionati, anche loro pronti, carichi di asciugamani, scarpette di riserva, portafortuna ,eccetera…

Quando la fila si formava e oramai lo speaker ci annunciava mi sentivo forte, circondata da tante persone che in quel momento formavano il mio super esercito. Non c’era nulla da temere: ero fiera – sempre – credendo nella mia squadra e ne stimavo ogni elemento, perché ogni elemento rendeva la squadra tale, e di conseguenza, rendeva Marta tale.

Non penso serva quindi spiegare perché annovero gli attimi prima di entrare in pedana, i momenti più magici della mia vita trascorsa sinora.

A proposito dell'autore

Contributor

Ex atleta olimpica, capitano della Squadra Nazionale Italiana di Ginnastica Ritmica fino al 2016. Membro del gruppo sportivo dell’Aeronautica Militare, con il grado di Aviere Capo. Dal 2017 è giudice nazionale e internazionale di ginnastica ritmica. Attualmente, è in procinto di conseguire la Laurea in Scienze Linguistiche per le Relazioni Internazionali, presso l’Università del Sacro Cuore di Milano. Per GRI cura la rubrica "150 secondi" e la cronaca internazionale.